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Le opere finanziate dall’Europa non vanno abbastanza forte

Le opere finanziate dall’Europa non vanno abbastanza forte

Le opere finanziate dall’Europa sono state rimodulate, ma sono anche stati previsti nuovi fondi e, in ogni caso restano circa 101 miliardi destinati alle costruzioni. Il vero problema, però, sono i ritardi.

Il governo ha rimodulato, cioè tagliato, gli investimenti del Pnrr che coinvolgono le costruzioni. E non si tratta di una sforbiciata di poco conto: la revisione del Piano decisa dall’esecutivo costa al settore 7 miliardi di lavori in meno. Per fortuna, però, altre opere sono state rifinanziate e i lavori per il settore non mancano. La fotografia dello stato delle opere previste dal Pnrr e che riguardano da vicino i cantieri è stata scattata dall’Ance e si riferisce a quanto fatto (e non fatto) al 31 dicembre scorso.

Lo stato dell’arte del Pnrr, per fortuna, non presenta solo i tagli decisi dal governo con la rimodulazione del Piano, ma anche le risorse impegnate. Il Centro studi dell’associazione dei costruttori si basa, naturalmente, sui dati ufficiali relativi alla spesa generale: a dicembre erano stati utilizzati 45,6 miliardi, cifra che corrisponde al 24% delle risorse europee del Piano.

Di questi quattrini, alle costruzioni sono andati 26,7 miliardi, cioè il 41%. Dei soldi riservati al settore, la quota maggiore di investimento (il 66%) va alla Milestone 2, cioè alle opere che hanno come obiettivo la transizione ecologica. In seconda posizione (20%) ci sono le infrastrutture per una mobilità sostenibile. In ogni caso, anche se i ritardi sono la colonna sonora del Piano, per quanto riguarda i cantieri Ance afferma che rispetto alle altre misure del Pnrr l’avanzamento è più che doppio.

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Sud penalizzato

Il punto dolente è, semmai, la rimodulazione degli interventi di interesse per il settore. Secondo Ance, per il 45% dei finanziamenti totali o parziali sono le regioni del Mezzogiorno a pagare la sforbiciata, oltre al 19% la Lombardia, e al 16% il Piemonte. Per la prima volta è stata anche ricostruita una mappa delle opere tagliate nel dicembre scorso con la revisione concordata con Bruxelles.

La revisione ha comportato una serie di spostamenti (nominali) che l’Ance definisce il gioco delle tre carte, perché il taglio dei 7 miliardi è il frutto di un’operazione che da una parte toglie, dall’altra aggiunge, con opere che sono solo parzialmente definanziate: tolte dal piano e rifinanziate con altri soldi, ma di meno.

In pratica, la riduzione ha interessato progetti per 9,6 miliardi di euro: sono sparite dal Pnrr 46 mila opere. I tagli riguardano le misure per gestione del rischio idrogeologico (1,2 miliardi, poi rifinanziati per meno di 1 miliardo), gli interventi per i Comuni e per la valorizzazione del territorio e dell’efficienza energetica. Via anche l’alta velocità sulla Verona-Brennero, opera che nel Piano valeva 930 milioni. Un definanziamento parziale di 5,5 miliardi riguarda, per 1,6 miliardi, i Piani urbani integrati e per 1,3 miliardi la rigenerazione urbana.

A fronte di questo, però, ci sono circa 5 miliardi di investimenti aggiuntivi, tra rifinanziamenti e nuovi investimenti, come 1,2 miliardi per i rischi alluvionali di Emilia, Toscana e Marche. Per la Missione 7, quella dedicata al RepowerEu (sviluppo sostenibile, green economy) i lavori che interessano le costruzioni valgono circa 3 miliardi. In sintesi: rispetto alla dotazione iniziale di 108 miliardi per costruzioni e dintorni restano 101 miliardi, numero che risulta dal taglio di 15,1 miliardi eliminati dal Piano originario e l’aggiunta di 8,1 miliardi per la rimodulazione.

Realtà e statistica

Eppure, la realtà potrebbe essere meno peggio di quanto messo nero su bianco nella rimodulazione. Secondo l’analisi del vicepresidente dell’associazione, Piero Petrucco, il monitoraggio ufficiale del Pnrr sconta un ritardo nella rilevazione di cantieri, che spesso in realtà sono già aperti e al lavoro. In sostanza. c’è una differenza tra i numeri ufficiali delle banche dati di Regis e Anac su cui si è basata la rimodulazione e la realtà. Spesso, quindi, lo stato di attuazione dei progetti è sottostimato. E si deduce, di conseguenza, che le decisioni in merito alle singole opere non è presa con cognizione di causa.

La politica, insomma, potrebbe aver cancellato opere che non erano così in ritardo come presupposto. Una considerazione che ha portato l’associazione dei costruttori a chiedere al governo «un impegno per garantire la continuità delle opere del Mezzogiorno se vogliamo davvero centrare l’obiettivo del Piano di ridurre i divari tra le diverse aree del Paese». L’esecutivo raccoglierà l’appello?

Che cosa non c’è più

L’Ance ha stilato anche un elenco degli addii, cioè delle opere tagliate o ridotte dal Pnrr. Tra queste, ci sono le misura per la gestione del rischio alluvione e per ridurre quello idrogeologico (-1,28 miliardi), gli interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica dei Comuni (-6 miliardi), i collegamenti diagonali Roma-Pescara (-620 milioni), le linee ad alta velocità Verona Brennero (-930 milioni), il potenziamento di servizi e infrastrutture sociali di comunità (-500 milioni), la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie (-300 milioni). Restano, ma ridimensionati, gli investimenti per le ciclovie turistiche (-133 milioni), i collegamento ferroviari ad alta velocità Napoli-Bari (-146 milioni), quelli per la Palermo-Catania-Messina (-36 milioni), la connessione Orte-Falconara (-641 milioni), la Taranto-Metaponto-Potenza-Battipaglia (-36 milioni), il miglioramento delle stazioni ferroviarie nel Sud (-355 milioni), il piano asili nido (-455 milioni), rigenerazione urbana (-1,3 miliardi), piani urbani integrati (-1,6 miliardi), investimenti infrastrutturali per le Zes (-67 miloni), ospdali (-750 milioni).

Rispetto ai 220 miliardi iniziali prevista dal Pnrr, in ogni caso, l’esecutivo ha ridotto l’importo a 194,4 miliardi complessivi del Piano rimodulato. La Commissione Ue ha acconsentito: meno spesa, più velocità di esecuzione. È lecito chiedersi, quindi, se la dieta dimagrante abbia giovato al raggiungimento degli obiettivi.

Pannelli-fotovoltaici

Pannelli fotovoltaici

Incassi e spese

Ma, prima, non bisogna dimenticare che, sì, il Pnrr vale una spinta al comparto delle costruzioni e, più in generale, del Prodotto interno lordo. Ma a patto che sia utilizzato bene, perché c’è anche un’altra faccia della medaglia, e cioè la spesa aggiuntiva che comporta. Il precedente del superbonus dovrebbe far drizzare le orecchie a tutti. Di sicuro ha solleticato la curiosità della Corte dei Conti.

Secondo i magistrati contabili, il nuovo Pnrr riscritto dal governo comporta circa cinque decimali di Pil di deficit in più, e di conseguenza anche di debito, rispetto alla versione originaria. Tradotto, sono 10,7 miliardi: un onere aggiuntivo, visto che il programma rimodulato ha escluso dai finanziamenti Ue 10,6 miliardi di progetti preesistenti, quindi già nero su bianco nei computi tendenziali di finanza pubblica. Fondi sostituiti con 13,5 miliardi di nuovi interventi. Insomma, il Pnrr rimodulato costerà di più a tutti i contribuenti e, quindi, c’è ancora maggiore interesse a fare in modo che i soldi spesi siano utili.

L’analisi

L’Osservatorio Recovery Plan di Fondazione Promo Pa e l’Università di Tor Vergata hanno monitorato la situazione. Dopo aver ricevuto le prime cinque rate dei fondi europei (al momento sono circa 102 miliardi le risorse comunitarie incassate dall’Italia), il traguardo per il governo è ottenere la sesta: 9,2 miliardi preziosi come l’acqua nel deserto, visti i lamenti del ministro dell’Economia sullo stato delle finanze pubbliche causati dal superbonus. Anche se, in effetti, l’Italia sta aspettando ancora l’ok all’effettiva erogazione della quinta rata (10,6 miliardi). Secondo il ministro con delega al Pnrr, Raffaele Fitto, è tutto a posto.

Da gennaio, in ogni caso, i controllori europei stanno controllando che siano stati effettivamente raggiunti i 52 obiettivi concordati del secondo semestre 2023. Perché per presentarsi con la richiesta dell’assegno a Bruxelles, il governo deve portare le prove che i soldi sono stati spesi e i programmi sono conclusi entro la scadenza decisa in precedenza. Ora, per esempio, sono in ballo 39 obiettivi, tra opere e riforme, che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) essere portati a termine entro giugno. La situazione a metà maggio, secondo l’Osservatorio, è che è stato raggiunto solo il 28% dei target.

Riforme in stand-by

A zoppicare è anche l’aspetto legislativo: le riforme concordate con l’Europa sono la merce di scambio per ottenere i fondi del Piano di resilienza. Per esempio, la riforma della coesione è stata appena approvata con decreto legge dal Governo, ma va poi ratificata dalle Camere: in teoria non dovrebbero esserci problemi visto che la maggioranza di governo è ampia.

Stesso discorso per l’adozione del decreto legislativo di attuazione della legge quadro sulla disabilità. Sempre sul tavolo ci sono il completamento di assunzioni o proroghe dei contratti per 10 mila tra dipendenti dell’Ufficio del processo e personale tecnico dei tribunali, la riduzione del numero di discariche abusive, la digitalizzazione della logistica.

Frecciarossa

Le scadenze

Sono incerti, insomma, il 72% degli obiettivi da raggiungere in un mese. Il tasto è dolente. Per esempio, ci sono gli investimenti infrastrutturali legati alla Zes, la Zona economica speciale per le regioni del Mezzogiorno. Oppure le aggiudicazioni per gli appalti ferroviari per le cosiddette connessioni diagonali e per la Linea Adriatica.

Tra i compiti da eseguire ci sono anche i crediti d’imposta di Transizione 5.0: il piano (ne abbiamo parlato su YouTrade di gennaio) serve a favorire gli investimenti green delle imprese, con il valore dei crediti d’imposta per chi adotta misure di sostenibilità che possono arrivare fino al 45% delle spese se si raggiunge una riduzione dei consumi energetici. Ma non ci sono le norme attuative.

I conti

Il vero problema è, in ogni caso, quello di saper spendere la montagna di euro pretesa e ottenuta da Bruxelles. Perché gli investimenti devono essere documentati e seguire precisi criteri di trasparenza. Per esempio, a dicembre teoricamente erano stati spesi 42,9 miliardi. Peccato che la NaDef (Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza) in precedenza avesse previsto di un obiettivo di 61,4 miliardi.

Un quadro ufficiale della situazione lo fornisce il portale governativo Italia Domani, che si occupa di monitorare i lavori del Pnrr. Secondo i dati del governo, a metà maggio su 759.151 interventi collegati al Pnrr (ognuno ha un codice unico di progetto), il 44,7% era in esecuzione, il 16,3% era arrivato alla stipula del contratto e il 15,6% fino all’aggiudicazione. Tutto regolare, a sentire Fitto, secondo cui il tempo trascorso è servito ad attivare gli interventi e ora si passa ai fatti, cioè ai cantieri e agli altri investimenti previsti.

Un programma che deve procedere a tappe forzate, anche perché il contributo al Pil è già stato conteggiato nella finanza pubblica. Se venisse meno sarebbero guai: verrebbe a mancare la crescita prevista e, con essa, si accenderebbe il faro delle agenzie di rating che vigilano sulla voragine del debito pubblico italiano, visto che peggiorerebbe il rapporto tra debito (oltre al deficit) e Pil. Fitto, però, assicura che «ci sarà la parte di spesa effettiva e il contributo positivo che il piano potrà dare alla crescita». Una speranza che non solo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ma anche le imprese tengono viva.

Logistica-digitalizzata

Logistica digitalizzata

Il rischio

Ma non sarà facile. «La spesa certificata a dicembre 2023 dal Governo, pari a 42,9 miliardi, corrisponde a una performance mensile di 1,5 miliardi di euro. Se ipotizziamo un andamento constante di tali spese dal primo gennaio 2024 arriviamo ad una spesa complessiva di 100 miliardi di euro al 31 dicembre 2026, con un Pnrr che vale nel suo complesso 194 miliardi di euro. Abbiamo dunque 94 miliardi di spesa a rischio», hanno scritto Annalisa Giachi e Carolina Bustamante, autrici della citata analisi dell’OReP.

«I rischi di non riuscire ad arrivare al traguardo sono evidenti senza una accelerazione forte nei prossimi due anni. Anche se a oggi i cronoprogrammi sono stati rispettati e l’Italia è l’unico Paese in Europa ad avere presentato la quinta rata, la maggior parte di milestone e target deve essere ancora raggiunta», precisano le autrici della ricerca.

di Alessandro Bonvicino

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